«I quattro elementi di un certificato: sottostante, barriera, cedola e scadenza.»

Cosa sono i certificati di investimento: la guida completa per non specialisti

«Derivati» non deve farti paura: scopri come uno strumento quotato può darti cedole anche quando i mercati non salgono, e quali rischi tenere d'occhio.

Se hai sentito parlare di certificati di investimento ma li hai sempre evitati perché «sono derivati e fanno paura», questa guida è per te. Cosa sono i certificati di investimento, in parole semplici? Sono titoli quotati in Borsa che, grazie a una protezione incorporata, possono pagarti cedole anche quando il mercato è fermo o in leggero ribasso. In questo articolo, pensato per chi parte da zero, vediamo come sono fatti davvero, come funziona la barriera di protezione, quali tipi esistono, quali rischi comportano e perché con una consulenza indipendente diventano un tassello che rende un portafoglio più solido.

Cosa sono i certificati di investimento (in parole semplici)

Partiamo dalla definizione, sciogliendo subito la parola che spaventa. Un certificato è uno strumento finanziario derivato, cioè un titolo il cui valore deriva dall'andamento di qualcos'altro, chiamato sottostante. Il sottostante può essere un'azione, un paniere di azioni, un indice di Borsa, una materia prima o una valuta, e il certificato si limita a seguirne le sorti secondo regole scritte in partenza. La parola «derivato» suona tecnica, ma il concetto è quotidiano: anche il prezzo del pane «deriva» da quello del grano.

A emettere i certificati sono le banche, che si assumono obblighi precisi nei tuoi confronti. L'emittente è tenuto a quotare ogni giorno il prezzo dello strumento, a garantirne la liquidità (cioè la possibilità di comprarlo e venderlo) e a pagare i flussi previsti dal prospetto, come le cedole. Per te questo significa una cosa concreta: un certificato si compra e si vende in Borsa come un'azione, dal tuo conto titoli, in modo del tutto ordinario e regolamentato. In Italia ne sono quotati circa diecimila, arrivati sul mercato a partire dal 2010, anche se solo una parte è davvero conveniente.

Perché esistono: rendimento anche a mercato fermo

La domanda giusta, a questo punto, è perché qualcuno dovrebbe usarli al posto di un semplice ETF. La risposta sta in ciò che un certificato sa fare e un ETF da solo no: generare un rendimento anche quando il mercato non sale. Un ETF replica il suo indice, quindi guadagna se l'indice sale e perde se scende, mentre un certificato può essere costruito per pagare cedole anche in una fase laterale o in un leggero ribasso.

Il segreto sta nelle opzioni incorporate, cioè in quei contratti che il certificato racchiude e che permettono di trasformare l'andamento del sottostante in un risultato diverso. È un po' come avere un'assicurazione cucita dentro lo strumento: rinunci a una parte del guadagno potenziale nelle fasi di forte salita, in cambio di un flusso più prevedibile e di una protezione nei ribassi. Per un risparmiatore prudente, che teme più le perdite di quanto insegua i massimi, è spesso uno scambio molto sensato.

Come funziona la barriera di protezione

Il cuore di molti certificati è la barriera, ed è il concetto che vale la pena capire bene perché è ciò che li rende «protetti». La barriera è una soglia, fissata in partenza e di solito espressa in percentuale, entro la quale il capitale resta al sicuro. Finché il sottostante non scende sotto quella soglia, alla scadenza ricevi indietro il 100% del capitale, e nel frattempo incassi le cedole previste.

La protezione, però, ha un confine preciso, ed è giusto dirlo con chiarezza. Se a scadenza il sottostante è sceso oltre la barriera, la protezione salta e si partecipa alla perdita più o meno come se si possedesse direttamente il sottostante. Per questo la barriera va sempre guardata insieme alla solidità e alla volatilità di ciò che sta sotto: una barriera profonda su un sottostante stabile è una cosa, una barriera vicina su un titolo molto nervoso è un'altra.

Un esempio numerico

Vediamolo con i numeri, che chiariscono più di mille parole. Immagina un certificato con barriera al 40%: significa che il sottostante può anche perdere fino al 40% del suo valore, e tu a scadenza riceverai comunque il 100% del capitale, oltre alle cedole incassate lungo il percorso. La perdita scatta solo se il ribasso supera quella soglia.

Nel video di presentazione mostro un caso ancora più parlante, con una barriera al 50%. In quello scenario, anche se il titolo sottostante perde il 40%, il certificato può comunque riconoscere un rendimento, ad esempio un più 10%, perché il ribasso resta dentro la barriera. Solo oltre quella soglia, cioè con cali molto profondi, si inizia a perdere capitale come il titolo. È questa asimmetria, tra una protezione ampia e un rendimento definito, a rendere lo strumento interessante.

I principali tipi di certificati

Non esiste «il certificato» al singolare, ma una famiglia di strumenti con profili diversi. Conoscerne i principali aiuta a capire di cosa si parla quando se ne sente nominare uno, sempre ragionando per categorie e mai su prodotti specifici.

  • Cash Collect: è il più usato in un portafoglio ben costruito. Paga cedole periodiche finché il sottostante resta sopra la barriera e, a scadenza, restituisce il 100% del capitale se la soglia non è stata violata. Le cedole sono il vero motore del rendimento.
  • A capitale protetto: dà la priorità alla sicurezza, garantendo a scadenza la restituzione della quasi totalità del capitale (ad esempio circa il 90% nello scenario peggiore), con una partecipazione ai rialzi entro un certo limite.
  • Airbag: riconosce un rendimento annuo fisso, ad esempio intorno al 7%, in cambio di una rinuncia ai guadagni illimitati del sottostante, offrendo al tempo stesso una protezione graduale dai ribassi oltre la barriera.
  • Benchmark: è il più semplice, perché segue l'andamento del mercato senza limiti di crescita, in modo simile a un ETF, e per questo viene usato quando si vuole pura esposizione al sottostante.

Ogni certificato, qualunque sia la famiglia, ha una carta d'identità pubblica: il KID e la scheda dell'emittente, dove trovi sottostante, barriera, cedole, scadenza e costi. Sono documenti standardizzati per legge, pensati per essere confrontabili, e bastano pochi minuti per verificare che ciò che ti viene proposto corrisponda a ciò che c'è scritto. È un'abitudine che conviene prendere fin dal primo strumento.

La varietà, del resto, è il loro pregio e insieme il loro rischio. Con così tante combinazioni possibili, scegliere quello giusto per il proprio obiettivo richiede competenza e aggiornamento, non improvvisazione.

I rischi dei certificati e come si gestiscono

Una guida onesta deve parlare anche di ciò che può andare storto, perché nessuno strumento è senza rischi. Il principale, nei certificati, è il rischio emittente: poiché a emettere il titolo è una banca, se quella banca fallisse il possessore diventerebbe un suo creditore, con tutte le incertezze del caso. Non è un rischio teorico da ignorare, ma è un rischio che si governa.

Il modo per gestirlo è la diversificazione degli emittenti, cioè non concentrare tutti i certificati su un'unica banca ma distribuirli su almeno quattro emittenti diversi. Così il peso di un singolo nome resta contenuto e nessun evento isolato può compromettere il portafoglio. C'è poi il rischio di liquidità, che riguarda la facilità di rivendere lo strumento prima della scadenza: è proprio per attenuarlo che l'emittente è obbligato a quotare un prezzo, ma resta buona norma scegliere certificati con scambi regolari. Capire questi rischi non deve spaventare, anzi è la condizione per usare lo strumento con serenità.

C'è infine un aspetto che qui solo accenniamo, perché merita un discorso a parte: il trattamento fiscale. I certificati, per come sono classificati, sono tra gli strumenti più efficienti per chi ha minusvalenze da recuperare, un vantaggio che gli ETF da soli non offrono. È un tema tecnico, con regole e scadenze precise che un servizio professionale gestisce per te, ma è bene sapere che esiste già quando si valuta lo strumento.

Perché da soli non bastano: il ruolo della consulenza

Arrivati qui, è chiaro che i certificati sono potenti ma non sono un giocattolo da maneggiare alla cieca. Con diecimila titoli quotati e solo una piccola parte davvero conveniente, la differenza la fa la selezione: scegliere i certificati con barriere adeguate, sottostanti solidi e cedole sostenibili è un lavoro che richiede metodo e aggiornamento costante.

A questo si aggiunge la gestione nel tempo, che è ciò che distingue un portafoglio professionale dal fai da te. I certificati hanno una scadenza, quindi vanno sostituiti e ruotati quando arrivano a termine o quando le condizioni cambiano, sempre mantenendo la diversificazione su più emittenti, settori e scadenze. È un approccio che con una consulenza indipendente viene applicato in modo sistematico e senza conflitti di interesse, perché la scelta non dipende da quale prodotto rende di più a chi lo vende, ma da quale serve davvero al tuo obiettivo.

Un esempio concreto di questo lavoro è la gestione delle scadenze. In un portafoglio reale i certificati non restano fermi per anni: quando arrivano a termine, o quando il mercato cambia volto, vengono sostituiti con nuove emissioni più adatte, mantenendo costante la protezione complessiva. È una manutenzione silenziosa che il fai da te raramente riesce a sostenere, e che nel tempo fa la differenza tra possedere dei certificati e avere una strategia.

Domande frequenti

I certificati sono adatti ai principianti?

Possono esserlo, se spiegati bene e inseriti in un portafoglio costruito con criterio. Da soli, scelti a caso, sono sconsigliati a chi parte da zero: il valore non sta nel singolo titolo ma nella selezione e nella diversificazione, che richiedono competenza.

Posso perdere tutto il capitale?

Una perdita totale è molto improbabile con certificati ben scelti e diversificati, ma il capitale non è garantito al 100%. Si può perdere se il sottostante crolla oltre la barriera a scadenza, oppure in caso di fallimento dell'emittente: per questo si diversifica su più emittenti.

Che differenza c'è con un'azione o un fondo?

Un'azione segue solo il prezzo del titolo, un fondo o un ETF replicano un paniere. Un certificato, invece, può incorporare una protezione e pagare cedole anche a mercato fermo, in cambio di un tetto ai guadagni nelle fasi di forte rialzo.

Cosa succede se l'emittente fallisce?

Il possessore diventa creditore dell'emittente, con i rischi tipici di questa posizione. È il principale rischio dei certificati, e si gestisce diversificando su almeno quattro emittenti diversi, così che nessun singolo nome pesi troppo sul portafoglio.

Si possono vendere prima della scadenza?

Sì. I certificati sono quotati e l'emittente è obbligato a esporre un prezzo, quindi puoi venderli sul mercato prima della scadenza, al valore del momento. Conviene però scegliere strumenti con scambi regolari, per non incontrare difficoltà di liquidità.

In sintesi

I certificati di investimento sono titoli quotati che, grazie a una protezione incorporata, permettono di puntare a un rendimento anche quando i mercati non salgono, qualcosa che un ETF da solo non offre. Il loro cuore è la barriera, la soglia entro cui il capitale resta protetto, e la loro famiglia comprende profili diversi, dai Cash Collect ai capitale protetto. Non sono però strumenti privi di rischi, a partire da quello legato all'emittente, e proprio per questo vanno scelti e diversificati con metodo.

La parola «derivato», insomma, non deve più farti paura: indica uno strumento serio, regolato e quotato, che usato bene rende un portafoglio più completo. La differenza tra un buon certificato e uno mediocre, e tra un uso casuale e una strategia, la fa la competenza con cui lo si seleziona e lo si gestisce nel tempo. È esattamente lì che una consulenza indipendente trova uno dei suoi terreni più utili.

Guarda il video

Vuoi vederli spiegati con un esempio? Guarda il video qui sotto: al minuto 08:31 ti spiego cosa sono i certificati e come incassano rendimenti anche con il mercato fermo o in ribasso; al minuto 09:18 ti mostro come funziona la barriera di protezione con un caso concreto.

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