Errori di timing che negli Stati Uniti valgono in media circa 1,2 punti l'anno, minusvalenze che non recuperi, spread e cambio: il conto del fai-da-te ha più righe di quanto sembri.
Il ragionamento fila: gli ETF costano pochissimo, quindi meglio fare da soli con gli ETF e risparmiarsi i soldi della consulenza. Sulla carta funziona, perché eviti l'1% di parcella e ti tieni strumenti che, per gli ETF azionari, hanno costi correnti medi dello 0,22% l'anno (ESMA, rapporto 2025). Il problema è che quella è solo una riga del conto, e nemmeno la più pesante: quando inizi a investire da solo entrano in gioco voci che di solito nessuno calcola, come gli errori di timing, lo spread, il cambio, le minusvalenze che non riesci a recuperare e l'assenza di una gestione che alleggerisca nei crolli. In questo articolo rifacciamo il conto per intero, voce per voce: è lì che il "risparmio" smette di tornare.
Il piano che sembra perfetto: ETF da solo, zero parcella
Diciamolo subito: il piano ha basi solide, e chi lo formula ha capito più cose di tanti risparmiatori. Gli ETF sono strumenti eccellenti, trasparenti e a basso costo, e l'idea di non pagare commissioni inutili è sacrosanta: è lo stesso principio su cui si fonda la consulenza indipendente. Il fai-da-te, quindi, non è un errore in sé, e questo articolo non vuole demonizzarlo.
Il punto è un altro: il confronto "parcella sì o parcella no" è un conto fatto a metà. Per decidere servono tutte le righe, comprese quelle che non compaiono in nessun estratto conto perché non sono commissioni: sono rendimenti che non incassi, crediti fiscali che lasci scadere, perdite più profonde del necessario. Voci silenziose, ma con un peso molto concreto.
Fare da soli con gli ETF: perché i conti non tornano
Rifacciamo il conto partendo dalla voce più studiata e meno conosciuta: il costo dei comportamenti. A seguire, le voci tecniche e quella fiscale.
Il costo del timing (il behavior gap)
Lo studio Morningstar "Mind the Gap", nell'edizione 2025, ha misurato la differenza tra il rendimento dei fondi e quello realmente incassato dagli investitori che li compravano e vendevano: nel decennio chiuso a fine 2024, l'investitore medio americano in fondi ed ETF ha ottenuto il 7,0% l'anno contro l'8,2% degli stessi strumenti, circa 1,2 punti in meno. La causa è il timing: si entra dopo i rialzi, si esce dopo i ribassi, si rincorre il fondo "caldo" del momento. Va detto, per onestà, che la metodologia di questi studi è discussa e i numeri vanno presi come ordine di grandezza, non come sentenza; e riguardano il mercato americano e tutti gli investitori in fondi, non solo chi fa da sé. Per un risparmiatore italiano in ETF sono un ordine di grandezza del rischio, non una misura; ma l'ordine di grandezza basta a cambiare il conto.
Rileggi infatti le due cifre una accanto all'altra: la parcella evitata vale l'1% l'anno, gli errori di timing dell'investitore medio americano costano circa 1,2 punti. Non vuol dire che il tuo risparmio sia già speso: dipende dalla tua disciplina. Vuol dire che gli errori hanno lo stesso ordine di grandezza della parcella, e che il conto va fatto su entrambe le righe. Anche chi è seguito può sbagliare i tempi: la consulenza serve a ridurre quegli errori, non li azzera.
Spread, cambio e custodia
Poi ci sono i costi vivi che il fai-da-te paga senza vederli. Lo spread tra prezzo di acquisto e di vendita, che incide a ogni operazione e cresce nei momenti agitati, proprio quando l'emotività spinge a operare di più. Le commissioni di negoziazione e l'eventuale bollo e custodia del deposito. E, per gli strumenti in valuta, il cambio: oscillazioni e costi di conversione che possono spostare il risultato di un investimento più di quanto immagini chi guarda solo il TER.
Nessuna di queste voci, da sola, è drammatica: parliamo di decimi di punto. Ma i decimi si sommano, ogni anno, e si sommano alle voci grandi: è la stessa matematica silenziosa per cui i costi composti erodono i patrimoni nel lungo periodo.
Le minusvalenze che non recuperi
C'è infine la voce fiscale, la più sottovalutata: i guadagni degli ETF sono classificati come redditi di capitale e non possono compensare le minusvalenze, che invece rientrano nei redditi diversi. Significa che se nel tuo percorso realizzi delle perdite, con un portafoglio di soli ETF quel credito fiscale resta fermo nel cassetto e scade entro il quarto anno successivo: denaro tuo che svanisce in silenzio. Al tema abbiamo dedicato un articolo intero, perché è uno dei limiti strutturali del fai-da-te in ETF; qui basta la sostanza: senza strumenti che generano redditi diversi, come i certificati, le perdite restano perdite anche fiscalmente. I certificati, però, hanno rischi propri e chiedono selezione e controllo continui: se investi da solo, è meglio lasciarli stare. Il trattamento fiscale dipende dalla situazione di ciascuno e può cambiare in futuro.
Quello che il fai-da-te non ha: gestione e disciplina
Le voci viste finora sono costi; questa è un'assenza, e vale più di tutte. Un portafoglio lasciato a sé stesso non ha nessuno che alleggerisca le posizioni quando il mercato cambia regime, nessuno che ruoti gli strumenti sostituendo i rami secchi, nessuno che imponga la disciplina nei momenti in cui l'istinto urla di fare l'opposto del piano. La gestione del rischio punta a contenere le perdite entro soglie dalle quali si possa risalire: è la differenza tra una flessione recuperabile e un buco che richiede anni, perché la matematica dei ribassi è asimmetrica e da un -50% si torna in pari solo con un +100%.
Il punto è la gestione. Un portafoglio di soli ETF lasciato a sé stesso segue i mercati in tutto, anche negli anni in cui azioni e obbligazioni scendono insieme, come il 2022; una gestione che alleggerisce, ruota gli strumenti e affianca la protezione dei certificati può contenere quelle fasi, sapendo che anche i certificati hanno i loro rischi, a partire da quello dell'emittente.
Il conto rifatto per intero
Mettiamo le righe in colonna, come in una revisione contabile onesta:
| Voce del conto | Fai-da-te in ETF | Con consulenza e gestione |
|---|---|---|
| Parcella | 0% | 1% |
| Costo strumenti | ≈ 0,22% di costi correnti con soli ETF azionari | ≈ 0,3% ipotizzato con soli ETF; con i certificati, il costo scritto nei loro KID |
| Errori di timing (ordine di grandezza) | in media ≈ 1,2 punti l'anno negli Stati Uniti (Morningstar) | ridotti da regole e accompagnamento, non azzerati |
| Spread, negoziazione, cambio | a tuo carico, a ogni mossa | a tuo carico anche qui, con un'operatività pianificata |
| Minusvalenze | non compensabili con soli ETF | compensabili con strumenti dedicati, come i certificati |
| Gestione del rischio nei crolli | assente | alleggerimenti e rotazione, che hanno un costo e possono sbagliare i tempi |
| Rischi propri del metodo | nessuno oltre al mercato | quelli dei certificati (tetto ai guadagni, barriera, emittente) e delle scelte di gestione |
Il totale non è una cifra unica, perché dipende da quanto e come si sbaglia: ed è proprio questo il punto. Il fai-da-te ha un costo certo molto basso e un costo eventuale molto alto, che si manifesta nei momenti peggiori; la consulenza ha un costo certo, intorno all'1,3% con soli ETF e diverso con i certificati, e il compito di tenere sotto controllo le altre righe, senza poterle azzerare. Il confronto va fatto tra questi due profili, non tra "1% contro zero".
Domande frequenti
Quanto risparmio davvero gestendo gli ETF da solo?
La parcella evitata vale l'1% l'anno. Dall'altra parte ci sono gli errori di timing, che negli Stati Uniti costano all'investitore medio in fondi circa 1,2 punti l'anno (Morningstar), più spread, cambio e crediti fiscali non usati. Quanto risparmi davvero dipende dalla tua disciplina: per molti il risparmio netto è più piccolo di quanto sembri.
Cos'è il behavior gap?
È la differenza tra il rendimento di uno strumento e quello realmente incassato da chi lo compra e lo vende nei momenti sbagliati. Morningstar lo misura periodicamente nello studio "Mind the Gap": nell'edizione 2025 vale circa 1,2 punti l'anno sul decennio per l'investitore medio americano, pur con i limiti metodologici di ogni stima di questo tipo.
Posso recuperare le minusvalenze con gli ETF?
No: i guadagni degli ETF sono redditi di capitale e non compensano le minusvalenze, che scadono entro il quarto anno successivo. Servono strumenti che generano redditi diversi, come i certificati, dentro una strategia costruita sulle scadenze del tuo cassetto fiscale.
Quando ha senso il fai-da-te?
Quando le somme sono contenute, gli obiettivi semplici e c'è la disciplina per scrivere un piano e rispettarlo nei crolli. Più il patrimonio cresce, più pesano fiscalità, gestione del rischio e errori comportamentali: ed è lì che il conto del fai-da-te smette di convenire.
In sintesi
Fare da soli con gli ETF conviene solo nel conto fatto a metà: quello dove l'unica riga è la parcella evitata. Nel conto intero compaiono il costo del timing, che negli studi americani vale in media più della parcella, i costi vivi di spread e cambio, le minusvalenze che con i soli ETF non si recuperano e, soprattutto, l'assenza di una gestione che contenga le perdite quando i mercati cambiano umore. Gli ETF restano ottimi strumenti, e proprio per questo meritano di essere usati dentro un metodo: gli strumenti sono gli stessi, la differenza la fa la gestione.
Prima di decidere, quindi, rifai il conto per intero sul tuo caso: quanto vale per te l'1% risparmiato, e quanto ti è già costato, negli anni, decidere da solo nei momenti difficili? Se la seconda cifra è più grande della prima, il fai-da-te ti sta costando più della consulenza. E a quel punto la scelta smette di essere una questione di principio: torna a essere, semplicemente, un conto.
Guarda il video
Vuoi capire che cosa aggiunge la gestione al fai da te? Guarda il video qui sotto: al minuto 07:24 ti spiego come uso ETF e certificati, e al minuto 10:13 perché le perdite grandi sono così difficili da recuperare. Sotto il video trovi le note con le precisazioni.





