Un grande albero dalle radici profonde su una collina: il rendimento medio di un portafoglio si legge su un orizzonte lungo

Rendimento medio di un portafoglio: che cosa c’è dietro il numero

Un rendimento medio non è una promessa: dipende dall'orizzonte, dai costi, dalle tasse e da come è costruito il portafoglio. Ecco come leggerlo, con i conti in più scenari.

Quando senti dire che un investimento può rendere l'8% all'anno, è normale diffidare: troppe promesse gonfiate, troppe delusioni alle spalle. La domanda "quanto rende un portafoglio?" non ha una risposta sola, e chi te ne dà una senza condizioni ti sta semplificando la vita a spese della verità. Il rendimento medio di un portafoglio dipende da quattro cose: l'orizzonte su cui lo misuri, i costi, le tasse e la costruzione del portafoglio. In questo articolo vediamo che cosa c'è dietro un numero come l'8%, come si legge un dato storico, quanto pesano due punti di differenza su vent'anni e che cosa un metodo può fare, e non può promettere.

Perché diffidi (a ragione) di chi promette rendimenti alti

Partiamo da una sana diffidenza, perché è il punto di partenza giusto. Se qualcuno ti promette il 20% all'anno garantito, la risposta corretta non è entusiasmo ma sospetto: rendimenti così alti e senza rischi non esistono, e quando vengono promessi sono spesso il segnale di una truffa o di un rischio molto alto non dichiarato. Le guide di educazione finanziaria della Consob lo ripetono da anni: diffidare delle promesse di rendimento, chiedere sempre quali rischi ci sono dietro.

Il problema è che la stessa diffidenza, portata all'eccesso, genera l'errore opposto. Chi è stato deluso una volta tende a rifugiarsi nel pessimismo, convinto che "tanto rende tutto poco" e che valga la pena lasciare i soldi fermi. Anche questa è una trappola, perché la liquidità ferma perde potere d'acquisto ogni anno per via dell'inflazione. Tra la favola e la rassegnazione c'è un modo più utile di ragionare: capire da che cosa dipende un rendimento, e confrontare più scenari invece di affezionarsi a un numero.

Che cosa dicono i dati storici, e che cosa non dicono

Per ancorare le aspettative servono i dati, non le opinioni. Un indice azionario globale come l'MSCI World, secondo i suoi factsheet ufficiali, ha mostrato un rendimento medio annuo nell'ordine dell'8% dal 1987, espresso in dollari e al lordo di costi e tasse. È un dato vero, e va letto con tre avvertenze.

La prima: è la media di un indice, non di un portafoglio. Nessuno investe nell'indice senza costi, e chi investe in euro subisce anche l'andamento del cambio. La seconda: una media su decenni nasconde anni molto negativi e periodi lunghi senza guadagni. Anche un singolo mercato importante può restare fermo a lungo: la borsa giapponese ha impiegato 34 anni per rivedere il massimo del 1989. La terza, la più importante: i rendimenti passati non sono un indicatore affidabile dei rendimenti futuri.

C'è poi la distinzione tra rendimento nominale e reale, che su orizzonti lunghi pesa quanto i costi. Una media nominale non dice quanto è cresciuto davvero il potere d'acquisto: per saperlo bisogna sottrarre l'inflazione del periodo. È anche per questo che lasciare i soldi fermi "per prudenza" non è neutro: senza alcun rendimento, l'inflazione lavora da sola, e sempre contro di te.

Tre scenari su vent'anni

Il modo più onesto di ragionare su un rendimento medio è metterne a confronto più d'uno. Prendiamo 100.000 € investiti per vent'anni e tre rendimenti netti medi annui ipotetici: il 2%, uno scenario sfavorevole; il 4%; il 6%, uno scenario favorevole. Aggiungiamo un quarto caso: il 6% in diciannove anni su venti, e un anno a −30%.

Rendimento netto medio annuo ipotizzatoCapitale dopo 20 anni
2% (sfavorevole)148.595 €
4%219.112 €
6% (favorevole)320.714 €
6% per 19 anni, un anno a −30%211.792 €

Tre cose si leggono subito. Due punti di rendimento medio in più, su vent'anni, valgono decine di migliaia di euro: tra il 4% e il 6% ci sono 101.602 €. Un solo anno molto negativo pesa quanto due punti di media: con il −30%, il 6% degli altri anni porta a un risultato inferiore al 4% costante. E nessuno dei quattro scenari è una previsione: sono calcoli a rendimento costante, per mostrare il meccanismo, mentre nella realtà i rendimenti cambiano ogni anno e possono essere negativi. Se nel frattempo prelevi o ti servono i soldi, conta anche quando arriva l'anno cattivo.

Lordo o netto? Il peso di costi e tasse

Un numero senza il contorno giusto inganna. I rendimenti storici di mercato sono cifre lorde: prima di arrivare a te passano per i costi degli strumenti, per quelli di chi ti consiglia e per le tasse. Nell'Unione europea un fondo azionario costa in media l'1,9% l'anno, un ETF azionario lo 0,5% (ESMA, rapporto 2025): la differenza si ritrova ogni anno nel rendimento, qualunque cosa facciano i mercati.

Tradotto in euro: su 50.000 € investiti per vent'anni, costi complessivi dell'1,3% invece del 2,5% valgono 33.853 € di capitale finale in più con un rendimento lordo ipotetico del 7,5% l'anno, e 21.475 € con il 5%. Anche la parcella di un consulente è un costo, e va nel conto insieme a quello degli strumenti. Poi ci sono le tasse: di norma il 26% sui guadagni, il 12,5% sulla parte dei titoli di Stato, pagate quando il guadagno si realizza. Il trattamento fiscale dipende dalla situazione di ciascuno e può cambiare in futuro. Distinguere sempre lordo e netto è il primo segno di onestà di chi ti propone un numero.

Che cosa può fare un metodo, e che cosa non può promettere

Se il rendimento di mercato non si controlla, che cosa si controlla? Tre cose, con i loro limiti.

La prima sono i costi: gli ETF replicano interi indici con spese basse e sono la struttura portante più sensata per un portafoglio, anche se da soli seguono i mercati in tutto, ribassi compresi. La seconda è la costruzione: strumenti come i certificati di investimento possono pagare cedole anche quando i mercati sono fermi o in leggero ribasso, ma hanno un tetto ai guadagni, sotto la barriera perdono come il sottostante e portano il rischio dell'emittente; per questo vanno scelti con cura, distribuiti su più emittenti e seguiti nel tempo, e se investi da solo è meglio lasciarli stare. La terza è la gestione del rischio: alleggerire l'esposizione nelle fasi più turbolente e sostituire gli strumenti che hanno smesso di funzionare può contenere le perdite, ma ha un costo, perché se il mercato riparte prima del rientro una parte del recupero si perde.

Nessuna di queste leve permette di promettere un rendimento. Il valore di un metodo non si scrive in anticipo in una tabella: si giudica nel tempo, sui report, sulle scelte fatte e sulle loro ragioni scritte.

Cosa può far deragliare il rendimento

Il nemico numero uno è la perdita profonda, perché la matematica dei ribassi è asimmetrica: da un calo del 10% basta un recupero dell'11% per tornare in pari, da un calo del 30% serve un +42,9%, da un calo del 50% un +100%. Ecco perché, per chi gestisce il rischio, l'obiettivo non è massimizzare il guadagno a ogni costo, ma evitare le perdite da cui è difficile tornare indietro.

Le regole sono semplici da scrivere e difficili da rispettare. Nessun singolo investimento oltre il 15% del capitale, meglio sotto il 10%; se ci sono certificati, al massimo metà del portafoglio accanto agli ETF e distribuiti su almeno quattro emittenti, sei in un portafoglio di soli certificati; e l'obiettivo di contenere le perdite massime entro il 25-30%, che è un obiettivo e non una garanzia. A queste se ne aggiunge una che riguarda chi investe: non vendere nel panico. Vendere dopo un ribasso trasforma una perdita temporanea in una perdita definitiva, e spesso fa perdere proprio gli anni in cui il recupero avrebbe lavorato.

Domande frequenti

Esiste un rendimento medio "giusto" da aspettarsi?

No. Dipende dall'orizzonte, dai costi, dalle tasse e da come è costruito il portafoglio, e in ogni caso i rendimenti futuri non si conoscono. Per questo conviene ragionare su più scenari, compreso uno sfavorevole, invece che su un numero solo.

Un rendimento dell'8% è garantito?

No, e diffida di chiunque usi la parola "garantito" per un rendimento di mercato. L'8% è nell'ordine del rendimento storico di un indice azionario mondiale, in dollari e al lordo: non è una previsione, e in alcuni anni un portafoglio può perdere anche molto.

Il rendimento di cui si parla è lordo o netto?

Va chiesto sempre. I dati storici degli indici sono lordi: prima di arrivare a te passano per i costi degli strumenti, per quelli della consulenza e per le tasse, che di norma sono il 26% sui guadagni realizzati.

Su quale orizzonte ha senso parlare di media?

Su orizzonti lunghi, dieci anni e oltre. Su orizzonti brevi un portafoglio può fare molto meglio o molto peggio della sua media, e anche su orizzonti lunghi non c'è nessuna garanzia.

Perché non puntare al 20%?

Perché un 20% annuo senza rischi non esiste: per inseguirlo si deve alzare enormemente il rischio, esponendosi a perdite che possono distruggere il capitale. Un solo anno molto negativo, come mostra la tabella, pesa quanto due punti di media persi per vent'anni.

In sintesi

Il rendimento medio di un portafoglio non è una promessa ma un risultato, che dipende da orizzonte, costi, tasse e costruzione. I dati storici aiutano ad ancorare le aspettative, a patto di leggerli per quello che sono: medie di indici, lorde, in una valuta precisa, che non garantiscono il futuro. Su vent'anni due punti di media valgono decine di migliaia di euro, e un solo anno molto negativo può costare altrettanto.

Per questo le domande utili non sono "quanto rende?", ma "in quali scenari, al netto di che cosa, e che cosa succede se va male?". La parte che si controlla, costi e rischio, va curata con metodo; la parte che non si controlla va messa in conto, senza promesse. L'interesse composto fa il resto: nella seconda metà di un lungo accumulo i rendimenti accumulati possono superare i versamenti, ed è lì che ogni punto di differenza, in euro, diventa grande.

Guarda il video

Vuoi vedere come si ragiona su un rendimento ipotizzato? Guarda il video qui sotto: al minuto 04:47 ti mostro quanto capitale serve per una rendita e in quanto tempo si accumula, e al minuto 16:33 il grafico dell'interesse composto. Sotto il video trovi le note con le precisazioni.

Note al video. Il video presenta il mio servizio di consulenza e non è una raccomandazione personalizzata. Gli esempi sono ipotetici. La simulazione dal 2019 è un portafoglio ricostruito oggi con strumenti quotati e prezzi reali di quegli anni, non il risultato di un cliente, e i rendimenti passati non sono un indicatore affidabile di quelli futuri. Ogni investimento comporta rischi, compresa la perdita del capitale. Sono un consulente finanziario autonomo, iscritto all’albo unico dei consulenti finanziari e vigilato dall’OCF. Oggi l’adesione si può fare anche a distanza, con la firma elettronica qualificata, oppure in studio.

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Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. I rendimenti citati sono dati storici di un indice, in dollari e al lordo, o calcoli su ipotesi dichiarate: non sono previsioni, non sono garantiti e possono essere negativi. Il trattamento fiscale dipende dalla situazione di ciascuno e può cambiare in futuro.

Approfondimenti

Fonti esterne: MSCI World – index factsheet; ESMA – Costs and Performance of EU Retail Investment Products 2025.

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