«Né 4% né 20%: un obiettivo prudente dell'8% annuo nel lungo periodo, col rischio gestito.»

Rendimento medio di un portafoglio: perché l’8% annuo è un obiettivo realistico

Un caso reale lo conferma: +11,76% annualizzato in 4 anni di crisi; la proiezione di lungo periodo usa comunque un prudente 8%.

Quando senti dire che un investimento può rendere l'8% all'anno, è normale diffidare: troppe promesse gonfiate, troppe delusioni alle spalle. Eppure il rendimento medio di un portafoglio ben costruito può davvero avvicinarsi o superare l'8% annuo, senza scommesse e senza colpi di fortuna. Serve un mix di ETF a basso costo, certificati e una gestione attiva del rischio, applicato su un orizzonte lungo. In questo articolo vediamo da dove arriva quel numero, perché è un obiettivo prudente e fondato sui dati, e cosa lo distingue sia dal 4% scarso della banca sia dalle illusioni del 20% garantito.

Perché diffidi (a ragione) di chi promette rendimenti alti

Partiamo da una sana diffidenza, perché è il punto di partenza giusto. Se qualcuno ti promette il 20% all'anno garantito, la risposta corretta non è entusiasmo ma sospetto: rendimenti così alti e «sicuri» non esistono, e quando vengono promessi sono quasi sempre il segnale di una truffa o di un rischio enorme nascosto sotto il tappeto. Il primo strumento di difesa di un risparmiatore è proprio questo scetticismo.

Il problema è che la stessa diffidenza, portata all'eccesso, genera l'errore opposto. Chi è stato deluso una volta tende a rifugiarsi nel pessimismo, convinto che «tanto rende tutto poco» e che valga la pena lasciare i soldi fermi. Anche questa è una trappola, perché la liquidità ferma perde potere d'acquisto ogni anno per via dell'inflazione. La verità sta nel mezzo, in un numero realistico che non sia né la favola del 20% né la rassegnazione del 4% scarso, e quel numero si può ricavare dai dati.

Qual è il rendimento medio di un portafoglio nel lungo periodo

Per ancorare le aspettative servono i dati storici, non le opinioni. Sul lunghissimo periodo i mercati azionari mondiali hanno reso in media circa il 6,4% all'anno negli ultimi cento anni, attraversando guerre, crisi e recessioni. Un indice azionario globale come l'MSCI World, secondo i suoi factsheet ufficiali, ha mostrato un rendimento storico medio nell'ordine dell'8% annuo dal 1987, espresso in dollari e al lordo di costi e tasse.

Questi numeri vanno però letti con onestà, ed è qui che molti si confondono. Un portafoglio bilanciato fra azioni e obbligazioni, più prudente di uno tutto azionario, ha reso storicamente intorno al 7% annuo, con oscillazioni più contenute. Il rendimento medio di un portafoglio, quindi, dipende da come è costruito, dall'orizzonte temporale e dai costi che lo gravano: parlare di «rendimento» senza specificare questi tre elementi non significa nulla. L'8% di cui parliamo è un obiettivo prudenziale di lungo periodo, non la performance di un singolo anno.

C'è infine la distinzione tra rendimento nominale e reale, che su orizzonti lunghi pesa quanto i costi. Il 6,4% storico è una media nominale: per sapere quanto è cresciuto davvero il potere d'acquisto bisogna sottrarre l'inflazione del periodo. È anche per questo che lasciare i soldi fermi «per prudenza» è una scelta perdente in partenza: senza alcun rendimento, l'inflazione lavora da sola, e sempre contro di te.

Da dove arriva l'8%: ETF, certificati e gestione del rischio

Se il bilanciato classico rende intorno al 7%, come si arriva a un 8% prudenziale? Non con un singolo prodotto, ma sommando tre componenti che lavorano insieme e si rafforzano a vicenda. È la combinazione, non il singolo ingrediente, a fare la differenza.

Gli ETF a basso costo: la struttura portante

Il primo mattone sono gli ETF, fondi quotati che replicano interi indici a costi bassissimi, in media intorno allo 0,27% all'anno. Sono la struttura portante di ogni portafoglio perché offrono massima diversificazione con la minima spesa, e ogni punto di costo risparmiato è rendimento che resta investito. Da soli, però, dipendono troppo dal momento di ingresso e non offrono alcuna protezione nei ribassi.

I certificati: rendimento anche quando il mercato non sale

Qui entrano i certificati di investimento, che aggiungono una fonte di rendimento diversa. Grazie alle cedole e alle barriere di protezione, possono generare un flusso anche quando i mercati sono fermi o in leggero ribasso, proprio negli anni in cui i soli ETF faticano. È questo contributo «anticiclico» a sostenere il rendimento complessivo nelle fasi laterali, alzando la media di lungo periodo senza aumentare la posta in gioco.

Rotazione e Risk Off: proteggere e ottimizzare

Il terzo elemento è la gestione attiva del rischio. La rotazione degli strumenti permette di sostituire periodicamente i «rami secchi» con posizioni più solide, mentre la strategia di Risk Off consente di alleggerire l'esposizione nelle fasi più turbolente, come si riducono le vele quando il vento è troppo forte. Non si tratta di indovinare il mercato, ma di limitare i danni quando serve: ed è proprio contenere le perdite la leva che, nel tempo, fa la differenza sul rendimento medio.

La prova sui numeri: 11,76% in 4 anni di crisi

Le aspettative valgono se reggono ai fatti, quindi guardiamo un caso reale. Una simulazione partita all'inizio del 2019, con versamenti mensili su un portafoglio che unisce ETF, certificati e rotazione, in quattro anni ha reso l'11,76% annualizzato, pur attraversando il crollo del 2020 e l'anno difficile del 2022. È un risultato superiore all'8% prudenziale, ottenuto in un periodo tutt'altro che facile.

La controprova rende il dato ancora più solido. Lo stesso piano, costruito con i soli ETF, nello stesso arco di tempo si è fermato allo 0,64% annualizzato, perché il 2022 ne ha quasi azzerato i profitti. La differenza non sta nella fortuna ma nel metodo: la combinazione dei tre ingredienti ha trasformato un periodo di crisi in un rendimento a doppia cifra, mentre l'approccio passivo è rimasto al palo.

Un'ulteriore conferma è arrivata dalla primavera del 2025, quando i mercati hanno subito uno scossone violento: i portafogli costruiti con i soli ETF sono arrivati a perdere tra il 15% e il 20%, mentre quelli che affiancavano i certificati hanno contenuto la discesa tra il 6% e il 9%, recuperando tutto nel giro di pochi mesi. Perdere meno nei momenti peggiori non è solo una questione di nervi saldi: è la condizione matematica per mantenere una media alta nel tempo.

8% lordo o netto? Il peso di costi e tasse

Un numero senza il contorno giusto inganna, quindi mettiamo i puntini sulle i. I rendimenti storici di mercato, come il 6,4% secolare o l'8% dell'indice mondiale, sono cifre lorde, al netto delle quali vanno tolti costi e tasse. Ed è qui che i costi diventano decisivi: pagare l'1,3% tutto incluso di un approccio indipendente invece del 2,5% di un prodotto tradizionale significa lasciar lavorare per te oltre un punto percentuale all'anno, che composto su vent'anni vale oltre 33.000€ su un capitale di 50.000€.

Il bello dell'8% prudenziale di cui parliamo è che è già pensato al netto della parcella. Nella proiezione di lungo periodo, il tasso dell'8% viene applicato dopo aver sottratto il costo del servizio, quindi è un rendimento «pulito», realistico, non gonfiato per fare scena. Resta la tassazione del 26% sui guadagni, che incide al momento del realizzo, ma è un fattore che si può ottimizzare nel tempo, ad esempio con la gestione delle minusvalenze. Distinguere sempre lordo e netto è il primo segno di onestà di chi ti propone un numero.

Cosa può far deragliare il rendimento (e come si gestisce)

Nessun rendimento è in discesa libera, e ignorarlo sarebbe disonesto. Il nemico numero uno è la perdita profonda, perché la matematica dei ribassi è impietosa: da un calo del 10% basta un recupero dell'11% per tornare in pari, ma da un calo del 50% serve un +100%, e a quel punto il recupero diventa quasi impossibile. Ecco perché l'obiettivo non è massimizzare il guadagno a ogni costo, ma evitare le perdite insostenibili.

La gestione del rischio si fa con regole semplici e ferree. Si tiene ogni singola posizione entro il 10-15% del capitale, si diversificano gli emittenti dei certificati su almeno quattro nomi, e si cerca di contenere le perdite massime entro il 30%, soglia oltre la quale i recuperi diventano statisticamente molto difficili. Sono accorgimenti poco appariscenti, ma sono esattamente ciò che rende un 8% medio sostenibile nel tempo, invece di un numero che brilla un anno e crolla il successivo.

A queste regole se ne aggiunge una che non riguarda i mercati ma chi li attraversa: restare investiti. Vendere in preda al panico dopo un ribasso trasforma una perdita temporanea in una perdita definitiva, e azzera proprio gli anni in cui il recupero avrebbe lavorato. Un metodo serve anche a questo: a togliere le decisioni dalle mani dell'emotività nei giorni in cui l'emotività urla più forte.

Domande frequenti

L'8% è garantito?

No, e diffida di chiunque usi la parola «garantito» per un rendimento simile. L'8% è un obiettivo prudenziale di lungo periodo, basato su dati storici e su un metodo, non una promessa: i mercati oscillano e i risultati passati non garantiscono quelli futuri.

8% lordo o netto?

Nella proiezione di lungo periodo l'8% è già al netto della parcella del servizio. Resta da considerare la tassazione del 26% sui guadagni al momento del realizzo, che si può però ottimizzare nel tempo, ad esempio recuperando le minusvalenze.

Su quale orizzonte vale?

Sul lungo periodo, indicativamente dieci anni e oltre. Su orizzonti brevi un portafoglio può fare molto meglio o molto peggio: l'8% ha senso solo come media annua su molti anni, perché è il tempo a smussare le oscillazioni e a far lavorare l'interesse composto.

Perché non puntare al 20%?

Perché un 20% annuo «sicuro» non esiste: per inseguirlo si deve alzare enormemente il rischio, esponendosi a perdite che possono distruggere il capitale. Un 8% prudente e ripetibile, composto negli anni, vale molto più di una scommessa che prima o poi salta.

In sintesi

Il rendimento medio di un portafoglio ben costruito può ragionevolmente avvicinarsi o superare l'8% annuo nel lungo periodo, e non è né una favola né una garanzia. È un numero che nasce dai dati storici dei mercati, sostenuto da un metodo fatto di ETF a basso costo, certificati e gestione attiva del rischio, e confermato da un caso reale che in quattro anni di crisi ha reso l'11,76%. La chiave è leggerlo con onestà, distinguendo sempre orizzonte, costi e lordo dal netto.

Tra il 4% scarso che molti subiscono in banca e il 20% impossibile promesso dagli imbonitori, esiste una via di mezzo realistica e raggiungibile, ma solo con metodo e pazienza. L'interesse composto fa il resto: è proprio nella seconda metà di un lungo accumulo che i rendimenti accumulati iniziano a superare i versamenti, ed è lì che la differenza di un punto o due all'anno diventa, in euro, enorme.

Guarda il video

Vuoi vedere la proiezione? Guarda il video qui sotto: al minuto 15:48 ti mostro una proiezione costruita su un tasso prudente dell'8% annuo, con la parcella già sottratta, che dopo 33 anni arriva a circa 350.000€ netti e a una rendita di oltre 800€ al mese; al minuto 16:33 ti faccio vedere il grafico dell'interesse composto.

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Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. I rendimenti citati sono dati storici o simulazioni illustrative, espressi dove indicato al lordo o al netto: non sono garantiti e non rappresentano una promessa di risultati futuri. Ogni aspetto fiscale va calato sulla propria situazione con un'analisi professionale.

Approfondimenti

Fonti esterne: MSCI World – index factsheet; SPIVA Europe – S&P Dow Jones Indices.

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