«Non è il certificato il problema, è come è fatto e scelto.»

Certificati buoni e cattivi: i criteri per non farti più rifilare quelli sbagliati

Costi impliciti alti, barriera aggressiva, paniere fragile: gli errori tipici dietro un certificato sbagliato e i criteri per riconoscere quelli fatti bene.

Ti hanno proposto un certificato, ci hai messo dei soldi e ti ha deluso. La conclusione naturale è una: «i certificati sono una fregatura». Naturale, ma sbagliata, perché quel risultato non dice nulla sui certificati in generale: dice tutto su quel certificato, probabilmente selezionato più per ragioni commerciali che per il tuo interesse. I certificati di investimento sono strumenti versatili che, costruiti e scelti bene, proteggono e diversificano; costruiti male, sono cari e fragili. La differenza sta in pochi criteri verificabili, e impararli vale più di qualunque diffidenza. In questo articolo vediamo cosa rende pessimo un certificato e, soprattutto, come distinguere i certificati buoni da quelli da lasciare sullo scaffale.

Un certificato deludente non condanna tutti i certificati

Il ragionamento «mi è andata male, quindi lo strumento non vale» è comprensibile ma logicamente fragile: nessuno conclude che le automobili siano da buttare dopo aver comprato un'auto difettosa. Con circa 10.000 certificati quotati in Italia, e solo una piccola parte davvero conveniente, la probabilità di incontrarne uno mediocre è alta, soprattutto quando la selezione la fa chi guadagna dal collocamento.

La delusione, però, ha un valore: ti ha insegnato che i certificati non sono tutti uguali, e che la qualità della selezione conta quanto lo strumento. Il passo successivo è trasformarla in capacità di giudizio, perché i difetti di un certificato pessimo sono pochi, ricorrenti e riconoscibili anche da un non specialista, una volta che sai dove guardare. È esattamente quello che faremo nelle prossime righe, difetto per difetto.

Cosa rende un certificato pessimo: gli errori da evitare

Costi impliciti elevati

Il primo difetto non si vede a occhio nudo: i costi sono impliciti nel prezzo di emissione e nella struttura. Un certificato caro nasce già in salita: una parte del tuo capitale remunera la filiera prima ancora di iniziare a lavorare, e si riflette in condizioni peggiori, cedole più magre o protezioni più deboli di quelle che strumenti comparabili offrono. Un controllo alla portata di tutti esiste: anche i certificati hanno il loro documento informativo, il KID, con la sezione dedicata ai costi, ed è la prima pagina da chiedere e leggere. Se i numeri lì dentro sono alti, o se le condizioni sembrano avare rispetto ad alternative simili, i costi impliciti sono il primo indiziato.

Barriera aggressiva e sottostante fragile

Il secondo difetto è la protezione di facciata: una barriera troppo vicina, che il sottostante può violare con un ribasso ordinario, oppure un sottostante intrinsecamente instabile, il titolo di moda, il paniere costruito sui nomi più volatili del momento. Nei panieri c'è un'insidia in più: la protezione si misura sul peggiore dei sottostanti, quindi basta un componente fragile per rendere fragile tutto il certificato. Cedole alte promesse su queste basi non sono generosità: sono il prezzo del rischio che ti stai prendendo senza vederlo.

Emittente scelto per ragioni commerciali

Il terzo difetto sta nella firma in calce allo strumento: l'emittente selezionato non per solidità o per qualità della struttura, ma perché è quello «di casa» o quello che riconosce di più alla rete di vendita. È il difetto più rivelatore, perché non riguarda il singolo strumento ma il metodo di chi te lo propone: quando il catalogo coincide con gli interessi del proponente, la qualità per te è un caso, non un criterio.

Come distinguere i certificati buoni: i criteri

Un certificato valido si riconosce ribaltando gli stessi tre assi, più un quarto che li tiene insieme. Condizioni coerenti con il mercato, segno di costi impliciti contenuti. Una barriera prudente, capace di assorbire ribassi significativi del sottostante senza saltare. Un sottostante sensato, poco volatile, o un paniere senza anelli deboli. E un emittente solido, scelto sul merito, dentro una rosa ampia di alternative.

CriterioCertificato pessimoCertificato valido
Costi implicitialti, condizioni avarecontenuti, condizioni in linea col mercato
Barrieraaggressiva, vicina al prezzoprudente, ampio margine di ribasso
Sottostantefragile o di moda, panieri con anelli debolisolido, poco volatile, paniere coerente
Emittentescelto per ragioni commercialiscelto sul merito, tra molti

La verifica richiede di leggere il prospetto e confrontare le alternative, e il glossario di Borsa Italiana aiuta con i termini tecnici. Ma il senso dei quattro criteri è alla portata di chiunque: prima di chiederti quanto rende, chiediti quanto è protetto, da cosa dipende e chi lo firma. E vale la regola del confronto: mai valutare un certificato da solo, sempre accanto ad almeno un paio di alternative comparabili, perché è nel confronto che i difetti si vedono.

Un esempio con nomi di fantasia rende tutto concreto. Il certificato «Alfa» promette una cedola generosa, ma il paniere è fatto di tre titoli tecnologici molto volatili, la barriera lascia appena un 30% di margine di ribasso e l'emittente è uno solo, quello di casa: ogni elemento amplifica gli altri, e la cedola alta è semplicemente il cartellino del rischio. Il certificato «Beta» offre una cedola più sobria, ma il sottostante è un singolo titolo solido e poco nervoso, la barriera regge anche un dimezzamento e l'emittente è stato scelto su una rosa ampia: condizioni meno scintillanti, struttura molto più robusta.

Davanti ai due, l'occhio inesperto sceglie Alfa per la cedola; l'occhio allenato sceglie Beta, o nessuno dei due, dopo il confronto con le alternative. È tutta qui la differenza tra subire una proposta e valutarla: gli stessi quattro criteri, applicati in cinque minuti, ribaltano la decisione.

Come inserirli in un portafoglio

Anche il miglior certificato resta un tassello, non una strategia. Le regole di inserimento sono le stesse della buona costruzione di portafoglio: mai più del 10-15% del capitale su un singolo strumento, emittenti distribuiti su almeno quattro nomi realmente diversi, scadenze scaglionate nel tempo per non concentrare gli appuntamenti col destino in un solo semestre. Il perché della soglia sugli emittenti è aritmetico: fermarsi a tre o quattro firme significa già affidare a ciascuna il 25-33% del capitale in certificati, troppo perché un singolo nome possa permettersi di sbagliare.

Dentro queste regole, i certificati fanno il loro mestiere: cedole anche nei mercati fermi, protezione nei ribassi moderati, diversificazione di meccanismo rispetto agli ETF. C'è perfino un bonus fiscale, per chi ha perdite pregresse: i proventi dei certificati rientrano tra i redditi diversi e possono compensare le minusvalenze, cosa che le plusvalenze di ETF e fondi non possono fare. Fuori da queste regole, invece, anche gli strumenti buoni diventano scommesse: la qualità della selezione e la disciplina dell'inserimento sono due metà dello stesso lavoro.

Domande frequenti

Tutti i certificati proposti in banca sono pessimi?

No, ma la selezione guidata dal collocamento alza la probabilità di incontrarne di mediocri: il catalogo privilegia ciò che conviene alla filiera. Per questo i criteri di valutazione servono comunque, qualunque sia la provenienza della proposta.

Come capisco se un certificato è troppo caro?

Dal confronto: condizioni visibilmente più avare di strumenti comparabili, cedole basse a parità di rischio o protezioni deboli a parità di cedola segnalano costi impliciti alti. Se non regge il confronto con le alternative, il sovrapprezzo è la spiegazione più probabile.

Cos'è una barriera prudente?

Una barriera che lascia al sottostante un ampio margine di ribasso prima di intaccare il capitale, lontana dai livelli che un mercato ordinario può violare. La sua solidità dipende anche dal sottostante: una barriera profonda su un titolo instabile protegge meno di una media su un sottostante tranquillo.

Quanti certificati e di quanti emittenti dovrei avere?

Dentro la componente in certificati: almeno quattro emittenti diversi, nessuno strumento oltre il 10-15% del capitale, scadenze distribuite nel tempo. Sono le regole che impediscono a un singolo errore, o a un singolo nome, di pesare troppo.

In sintesi

Un certificato deludente non è la prova che i certificati siano da evitare: è la prova che quello era fatto male o scelto peggio. I difetti ricorrenti sono quattro, costi impliciti alti, barriera aggressiva, sottostante fragile, emittente scelto per ragioni commerciali, e i criteri per riconoscere i certificati buoni sono i loro esatti opposti, dentro un portafoglio con emittenti distribuiti e pesi controllati.

La diffidenza che ti ha lasciato quell'esperienza è una risorsa, se cambia bersaglio: non più contro lo strumento, ma contro la cattiva selezione. Con i criteri in mano, la prossima proposta saprai leggerla, e questa volta la valutazione la farai tu.

Guarda il video

Vuoi capire come funziona davvero un certificato fatto bene? Guarda il video qui sotto: al minuto 08:31 ti spiego cosa sono i certificati di investimento; al minuto 09:18 ti mostro come la barriera di protezione li distingue da una semplice scommessa.

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"Come investire in ETF e Certificati con Family Investing"

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Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. I certificati comportano rischi, tra cui il rischio emittente: valuta sempre i singoli strumenti sulla tua situazione, con un'analisi professionale.

Approfondimenti

Fonti esterne: Borsa Italiana – Glossario; Consob – investor education.

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