«Da -10% basta +11%; da -50% serve +100%: ecco perché contenere le perdite è la priorità.»

«Perdo più di quanto guadagno»: perché succede quando i mercati oscillano (e come si risolve)

Da un calo del 10% basta un +11% per recuperare; ma da un -50% serve un +100%. Ecco perché contenere le perdite vale più che inseguire i massimi.

C'è una frustrazione che tanti investitori riassumono nella stessa frase: «perdo più di quanto guadagno». Quando i mercati salgono, il portafoglio si muove poco; quando scendono, sembra prendersi tutto il ribasso, e i recuperi non arrivano mai davvero. Sembra una sfortuna personale o un'ingiustizia del destino, ma non è nessuna delle due: è il risultato prevedibile di una matematica precisa e di una gestione che non la rispetta. In questo articolo vediamo perché succede, con la legge che governa i recuperi e la psicologia che amplifica il dolore, e soprattutto come si risolve: spostando l'obiettivo dall'inseguire i rialzi al contenere le perdite.

«Guadagno poco e perdo molto»: il vissuto di tanti investitori

Prima dei numeri, va detto chiaro: questa sensazione non è immaginaria, e provarla non significa essere negati per gli investimenti. È il vissuto tipico, e diffusissimo, di chi ha in portafoglio prodotti cari e non gestiti: nelle salite i costi annui si mangiano una fetta consistente del rialzo, e certi prodotti partecipano ai guadagni solo in parte; nelle discese, invece, non c'è alcuna protezione, e il ribasso arriva per intero.

Il risultato è un'asimmetria vissuta sulla pelle: ai rialzi partecipi con il freno tirato, ai ribassi a tutta velocità. Per dare una misura al freno: se il mercato fa +8% e i tuoi prodotti costano il 2,5% l'anno, quasi un terzo del rialzo se ne va prima di arrivare a te; nel ribasso successivo, invece, i costi continuano a uscire e la caduta è piena. Aggiungi che ogni perdita profonda riparte da una base più piccola, e il quadro è completo: anni di mercati anche buoni che, sul tuo estratto conto, lasciano molto meno di quanto raccontino gli indici. Non è una maledizione: è un meccanismo, e i meccanismi si possono smontare.

Perché succede: la matematica delle perdite

Il cuore del problema è una legge aritmetica semplice, che però quasi nessuno spiega mai ai risparmiatori: i recuperi non sono simmetrici alle perdite subite. Se perdi il 10%, per tornare in pari ti basta un +11%; ma se perdi il 50%, ti serve un +100%, cioè raddoppiare il capitale rimasto solo per rivedere il punto di partenza. È la legge della rovina statistica: più scendi, più la salita del rientro diventa ripida, in modo sproporzionato.

Perdita subitaGuadagno necessario per recuperare
−10%+11%
−20%+25%
−30%+43%
−40%+67%
−50%+100%

La tabella spiega da sola il vissuto del «perdo più di quanto guadagno»: un portafoglio che oscilla tra grandi cadute e parziali risalite passa la vita a recuperare, mai a crescere. Vale la pena seguirlo su un caso concreto, con 100.000 € di partenza. Primo anno, un crollo del 30%: restano 70.000 €. Secondo anno, ottimo: +20%, si risale a 84.000 €. Terzo anno, ancora buono: +10%, e si arriva a 92.400 €. Tre anni, di cui due francamente positivi, e il conto è ancora sotto di 7.600 €: ecco, in cifre, la sensazione di correre senza avanzare.

Nel frattempo il tempo, l'unico vero alleato dell'interesse composto, ha lavorato a vuoto per tre anni. Ecco perché la profondità delle perdite conta più della brillantezza dei rialzi: la matematica premia chi scende poco, non chi sale tanto.

L'avversione alle perdite: perché fa ancora più male

Alla matematica si somma la psicologia. La finanza comportamentale lo documenta da decenni: le perdite pesano emotivamente più dei guadagni di pari importo, e di parecchio. Un -20% fa più male di quanto un +20% faccia piacere, e questo dolore sproporzionato spinge agli errori peggiori: vendere sul fondo per far cessare la sofferenza, restare poi fuori durante il recupero, rientrare quando i prezzi sono di nuovo alti.

Così il danno matematico e quello emotivo si rinforzano a vicenda: la perdita profonda richiede un recupero enorme, e proprio nel momento in cui servirebbe lucidità, l'avversione alla perdita toglie anche quella. Le guide di educazione finanziaria della Consob dedicano ampio spazio a questi meccanismi comportamentali: conoscerli è già metà della difesa.

Come si risolve: contenere le perdite

Se il problema è la profondità delle cadute, la soluzione logica è una sola: impedire che le cadute diventino profonde. La soglia critica è quella del 25-30%: oltre quel livello di perdita, i recuperi diventano statisticamente molto difficili, perché richiedono guadagni che i mercati concedono di rado e in tempi lunghi. Tutta la gestione del rischio seria ruota attorno a questo numero: qualunque cosa accada, mai lasciare che il portafoglio scenda sotto quella linea.

Gli strumenti per riuscirci esistono e lavorano insieme: le barriere dei certificati, che incorporano una protezione scritta nel prospetto e continuano a pagare cedole anche nei ribassi moderati; l'alleggerimento delle esposizioni nelle fasi di tempesta conclamata; la rotazione che toglie dal portafoglio gli strumenti più fragili prima che facciano danni. Ne parliamo in dettaglio nell'articolo dedicato al superamento delle crisi: qui conta il principio, cioè che le perdite contenute si recuperano in mesi, quelle profonde in anni, e la differenza la fanno le protezioni inserite prima.

Riprendiamo il caso di prima per vedere cosa cambia. Stessi tre anni di mercato, ma il crollo iniziale, attutito dalle protezioni, si ferma a -8%: da 100.000 € si scende a 92.000 €, poi il +20% porta a 110.400 € e il +10% a 121.440 €. Stessi mercati, stessi anni: -7.600 € nel primo scenario, +21.440 € nel secondo. L'intera differenza sta in un solo numero, la profondità della prima caduta.

Cambiare obiettivo: non massimizzare, ma non affondare

C'è un cambio di prospettiva che vale più di qualunque strumento: smettere di chiedersi «quanto posso guadagnare al massimo?» e iniziare a chiedersi «quanto posso permettermi di perdere al massimo?». Sembra una rinuncia, è l'esatto contrario: come mostra la tabella dei recuperi, chi contiene le cadute parte ogni volta da una base più alta, e nel lungo periodo accumula più di chi alterna exploit e tracolli.

Un portafoglio che sale un po' meno nei rialzi ma scende molto meno nei ribassi vince la maratona quasi per definizione, come mostra il doppio scenario visto sopra, e in più si lascia vivere: niente notti insonni, niente vendite di panico, niente anni passati a inseguire il pareggio. La serenità, in finanza, non è un benefit accessorio: è la condizione che ti permette di restare investito, che è ciò che alla fine produce il risultato.

Domande frequenti

Perché una perdita richiede un recupero maggiore?

Perché il recupero si calcola sul capitale rimasto, che è più piccolo: perso il 50%, il +100% necessario va guadagnato sulla metà di prima. Più la base si riduce, più la percentuale di risalita necessaria cresce in modo sproporzionato.

Conviene puntare a guadagnare di più o a perdere di meno?

A perdere di meno: la matematica dei recuperi premia chi contiene le cadute, perché riparte sempre da una base alta. Sul lungo periodo, un portafoglio che scende poco batte quasi sempre uno che alterna grandi rialzi e grandi crolli.

Cos'è l'avversione alle perdite?

È il meccanismo psicologico per cui una perdita fa più male di quanto un guadagno uguale faccia piacere. Spinge a vendere nei momenti peggiori e a rientrare in quelli sbagliati: conoscerla aiuta a non farsi guidare dal dolore.

Come si contengono le perdite in pratica?

Con protezioni inserite prima: barriere dei certificati, alleggerimento delle esposizioni nelle fasi critiche, rotazione degli strumenti fragili e la regola di non superare mai la soglia di perdita del 25-30%.

In sintesi

«Perdo più di quanto guadagno» non è una condanna né un difetto personale: è ciò che accade quando un portafoglio partecipa ai ribassi per intero e ai rialzi con il freno dei costi, dentro una matematica che rende i recuperi sempre più ripidi man mano che si scende. Da un -10% si esce con un +11%, da un -50% serve un +100%: è questa asimmetria a decidere chi cresce e chi insegue il pareggio per anni.

La via d'uscita è un cambio di obiettivo: non massimizzare i guadagni, ma non affondare mai, tenendo le perdite entro la soglia del 25-30% con protezioni predisposte in anticipo. È meno spettacolare che inseguire i massimi, ed è esattamente per questo che funziona.

Guarda il video

Vuoi capire perché contenere le perdite è la vera priorità? Guarda il video qui sotto: al minuto 10:13 ti spiego la legge della rovina statistica, per cui da un -10% basta un +11% ma da un -50% serve un +100%; al minuto 10:59 ti mostro perché l'obiettivo è non scendere mai sotto il 25-30%.

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Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. Gli esempi numerici sono illustrativi: i mercati comportano rischi e nessuna strategia elimina la possibilità di perdite.

Approfondimenti

Fonti esterne: Consob – investor education; Banca d'Italia – L'economia per tutti.

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