«Più si allunga l'orizzonte, più cresce la quota di fondi attivi sotto l'indice (fonte: SPIVA, anno da citare).»

Fondi attivi vs ETF: perché i dati di lungo periodo premiano gli ETF

Su orizzonti di dieci anni e oltre, la grande maggioranza dei fondi azionari a gestione attiva resta sotto il proprio indice di riferimento: ecco perché, e cosa significa per i tuoi soldi.

Quando compri un fondo a gestione attiva paghi un gestore professionale perché faccia meglio del mercato. La promessa è ragionevole, il prezzo anche no, e la domanda è una sola: ci riesce? Nel confronto fondi attivi vs ETF, guardato sui dati di dieci anni e oltre, la fotografia è netta: la grande maggioranza dei fondi attivi resta sotto il proprio indice di riferimento, e sono soprattutto i costi a spiegare il divario. In questo articolo vediamo cosa dicono le statistiche indipendenti, con fonte e anno, perché «battere il mercato» è così difficile per chiunque, e anche il rovescio della medaglia che i tifosi del passivo raccontano poco: comprare solo ETF e lasciarli lì non è la soluzione completa.

Cosa promette un fondo a gestione attiva (e quanto costa)

Un fondo a gestione attiva ha un mandato preciso: selezionare i titoli migliori per fare meglio di un indice di riferimento, il cosiddetto benchmark. Per questo lavoro di analisi e selezione chiede una commissione annua che, per i fondi azionari collocati in banca, si aggira in media intorno al 2%, come documentano le rilevazioni europee dell'ESMA sui prodotti retail.

L'ETF fa la scommessa opposta: nessuna selezione, replica pura dell'indice, costi correnti tra lo 0,05% e lo 0,90% con una media intorno allo 0,27%. La differenza di partenza, quindi, è chiara: il fondo attivo parte ogni anno con un fardello di costi fino a dieci volte superiore, e deve generare extra-rendimento almeno pari a quel fardello solo per pareggiare. La domanda da un milione di euro è se ci riesca: per fortuna non serve crederci sulla parola, perché qualcuno lo misura da decenni.

Fondo azionario attivo medioETF
Obiettivo dichiaratobattere l'indicereplicare l'indice
Costo annuo mediocirca 2%circa 0,27%
Extra-rendimento necessario per pareggiarequasi 2 punti l'anno, ogni annonessuno

Fondi attivi vs ETF: cosa dicono i dati di lungo periodo

Le percentuali di sottoperformance a 10 anni

Lo scorecard più citato è SPIVA di S&P Dow Jones Indices, che da oltre vent'anni confronta i fondi attivi con i loro benchmark, al netto dei costi. L'edizione europea di fine 2025 fotografa un esito impietoso: su un orizzonte di dieci anni, circa il 98% dei fondi azionari globali denominati in euro ha reso meno del proprio indice di riferimento. Non un fondo su due: novantotto su cento.

Il dato non è un caso isolato di un anno storto. Lo schema si ripete edizione dopo edizione, area per area, e altre ricerche indipendenti, come l'Active/Passive Barometer di Morningstar, arrivano sistematicamente alle stesse conclusioni: più l'orizzonte si allunga, più la quota di fondi attivi battuti dall'indice cresce. A un anno qualcuno brilla, a tre anni i vincitori si diradano, a dieci anni la statistica presenta il conto quasi a tutti.

Perché i costi spiegano gran parte del divario

Il motivo di fondo è aritmetico prima che finanziario. L'insieme degli investitori, nel suo complesso, ottiene il rendimento del mercato: per ogni gestore che fa meglio dell'indice, qualcun altro deve fare peggio, perché la media è la media. Ma questo vale al lordo dei costi: al netto, la media dei gestori attivi finisce per costruzione sotto l'indice, esattamente della misura dei costi che applica.

Con un fardello del 2% annuo contro lo 0,27% di un ETF, il gestore attivo deve battere il mercato di quasi due punti ogni anno, per decenni, solo per pareggiare il risultato del replicante. Qualcuno ci riesce per qualche stagione; quasi nessuno per dieci anni di fila. Non è questione di scarsa bravura: è una gara con lo zaino piombato.

Perché «battere il mercato» è così difficile

Alla matematica dei costi si sommano altri due fattori. Il primo è la concorrenza: i mercati sono affollati di professionisti che analizzano le stesse informazioni nello stesso momento, e il vantaggio informativo che giustificherebbe l'extra-rendimento è sempre più raro e sempre più breve. Da quando, negli anni Sessanta, gli studiosi hanno cominciato a misurare sistematicamente i risultati dei gestori, la conclusione si ripete con regolarità sconfortante.

Il secondo fattore è più subdolo e si chiama survivorship bias: i fondi peggiori vengono chiusi o fusi, e spariscono dalle statistiche. Guardando solo i fondi sopravvissuti, la categoria sembra migliore di quanto sia stata davvero; gli scorecard seri, come SPIVA, correggono questa distorsione contando anche i caduti, ed è uno dei motivi per cui i loro numeri sono più severi di quelli del marketing. Quando leggi «il nostro fondo ha battuto il mercato», la domanda giusta è sempre: al netto dei costi, su quale orizzonte, e contando anche i fondi che non ci sono più?

Allora basta comprare ETF? Non proprio

A questo punto la tentazione è dichiarare vinta la partita e comprare tre ETF per sempre. Ma l'onestà intellettuale vale in entrambe le direzioni: l'ETF vince la gara dei costi e della replica, non quella della gestione. Da solo non protegge nei ribassi, non sceglie il momento, non si adatta alle fasi di mercato: chi compra e dimentica resta esposto alla fortuna del punto d'ingresso e attraversa per intero ogni crollo.

La controprova reale lo mostra bene: lo stesso piano partito nel 2019, lasciato fermo come puro «compra e tieni» di soli ETF, è uscito dal difficile 2022 con un misero 0,64% annualizzato, mentre la versione gestita con rotazione e certificati ha reso l'11,76%. Lo strumento giusto, insomma, non sostituisce il metodo: lo abilita. Comprare ETF è la base sensata; pensare che basti è l'errore speculare a quello di chi paga il 2% per farsi battere dall'indice.

Come usa gli ETF un consulente autonomo

La sintesi operativa prende il meglio dei due mondi. Gli ETF fanno da struttura portante del portafoglio: replica degli indici a costo minimo, massima diversificazione, nessuna pretesa di battere il mercato sul suo terreno. Sopra questa base lavora la gestione: la rotazione periodica che sostituisce i fondi meno adatti alla fase in corso, i certificati che aggiungono cedole e protezione nei mercati difficili, e le regole di rischio che contengono le perdite.

È un approccio che non paga nessuno per inseguire l'indice, e non lascia nemmeno il portafoglio in balia delle stagioni: i costi restano da ETF, la gestione fa il mestiere che ai fondi attivi riesce così raramente. La statistica, qui, smette di essere un avversario e torna a essere quello che dovrebbe: il punto di partenza per costruire bene.

Domande frequenti

Gli ETF battono sempre i fondi attivi?

Non sempre e non tutti: ogni anno una parte dei fondi attivi fa meglio dell'indice. Il punto è che la quota si assottiglia con l'orizzonte: a dieci anni, secondo SPIVA Europe di fine 2025, circa il 98% dei fondi azionari globali in euro è rimasto sotto il benchmark.

Perché un gestore non riesce a battere il mercato?

Perché parte ogni anno con costi molto più alti di un replicante, in mercati affollati di concorrenti con le stesse informazioni. Al netto dei costi, la media dei gestori deve per aritmetica stare sotto l'indice: riuscire a batterlo per decenni è l'eccezione, non la regola.

Se gli ETF vincono, basta comprarli e tenerli?

No: l'ETF vince sui costi, ma non protegge nei ribassi né si adatta alle fasi di mercato. La controprova del piano 2019-2023 lo mostra: 0,64% annualizzato da fermo contro 11,76% con gestione, rotazione e certificati.

Cosa significa SPIVA?

S&P Indices Versus Active: è lo scorecard di S&P Dow Jones Indices che confronta periodicamente i fondi a gestione attiva con i loro benchmark, al netto dei costi e correggendo il survivorship bias. È una delle fonti indipendenti più citate del settore.

In sintesi

Nel confronto di lungo periodo tra fondi attivi ed ETF i dati indipendenti parlano una lingua sola: a dieci anni la quasi totalità dei fondi azionari attivi resta sotto il proprio indice, circa il 98% nell'edizione di fine 2025 dello scorecard SPIVA Europe, e il divario nasce in gran parte dai costi, un 2% medio contro lo 0,27% degli ETF. Non è colpa dei singoli gestori: è l'aritmetica di una gara corsa con lo zaino piombato.

La conclusione operativa, però, non è «compra tre ETF e dimenticali»: è usare gli ETF per ciò che sanno fare, replicare i mercati a costo minimo, e affidare a un metodo ciò che nessuno strumento fa da solo, cioè gestire il rischio e le stagioni. Pagare il 2% per farsi battere dall'indice non ha senso; nemmeno confondere lo strumento giusto con una strategia completa.

Guarda il video

Vuoi capire perché i costi fanno tutta la differenza? Guarda il video qui sotto: al minuto 07:24 ti mostro come gli ETF abbiano costi anche dieci volte inferiori e come quel risparmio si trasformi direttamente in rendimento; al minuto 15:04 ti spiego perché gli ETF da soli però non bastano, con la controprova del portafoglio fermo allo 0,64%.

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Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. Le percentuali citate provengono dalle edizioni indicate delle fonti e possono variare nelle rilevazioni successive; i rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.

Approfondimenti

Fonti esterne: SPIVA Europe – S&P Dow Jones Indices; ESMA – Costs and Performance of EU Retail Investment Products.

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